ENHANCEMENT E BIOETICA

Autor: Laura Palazzani



ÍNDICE
1. Enhancement: un problema emergente in bioetica
2. Argomenti a favore dell’enhancement
3. Argomenti contro il potenziamento
4. Quale regolamentazione?
5. Bibliografia e note
 

1. Enhancement: un problema emergente in bioetica

      Enhancement è un termine sempre più diffuso nel dibattito bioetico per indicare quell’insieme di interventi ‘oltre’ la terapia, intesa come il trattamento medico necessario per prevenire, sostenere e ristabilire la salute. Potenziare significa intervenire sul corpo e sulla mente umana di un individuo sano al fine di alterare capacità esistenti o creare capacità nuove, sul piano fisico, mentale ed emotivo, al fine di aumentare quantitativamente e migliorare qualitativamente l’uomo 1.
      Rientrano, per certi aspetti, nel potenziamento la chirurgia estetica, ossia gli interventi che correggono in senso migliorativo l’aspetto estetico del corpo, e il doping sportivo, ossia l’uso da parte degli atleti di sostanze e pratiche al fine di aumentare artificialmente le prestazioni per ‘vincere ad ogni costo’.
      A queste tipologie d’intervento si aggiungono: il potenziamento genetico, biologico e neuro-cognitivo. Si parla di ‘potenziamento genetico’ con riferimento alla modalità di intervento per migliorare il genoma di individui sani (la genomica migliorativa o doping genetico), con interventi su gameti, embrioni, feti, ma anche neonati, bambini, adulti. Il ‘potenziamento biologico’ indica la possibilità di intervenire sui meccanismi dell’invecchiamento con l’obiettivo di bloccare il decadimento fisico e psichico, di ottenere un ringiovanimento e di estendere la vita biologica sana e giovane (life-extension) in modo indefinito fino all’ambizioso progetto di una sorta di «immortalità terrena». Il ‘potenziamento neuro-cognitivo’ si riferisce agli interventi per il miglioramento delle prestazioni mentali ed emotive, grazie ai recenti sviluppi delle scoperte neuroscientifiche e neurotecnologiche sul cervello e sui meccanismi neurofisiologici che governano le funzioni cognitive (psicofarmaci che alterano processi mentali, tecnologie di neuro-imaging che consentono di studiare in vivo il cervello umano, a scopi diagnostici e terapeutici, ma anche di assistere o alterare le funzioni cerebrali, quali la stimolazione transcranica magnetica, corticale, profonda con impianti cerebrali e l’interfaccia cervello-computer). L’ultima frontiera del potenziamento è realizzabile mediante le tecnologie ‘convergenti’ indicate con l’acronimo NBIC, che include nanotecnologie, biotecnologie, scienze informatiche e neuroscienze cognitive. Tali tecnologie sono prospettate come un’innovazione e rivoluzione ampia che porterannoad una modificazione radicale dell’uomo e della stessa umanità.
      Si tratta di diverse modalità di intervento, più o meno invasive rispetto al corpo, che pur nella differenza hanno in comune la finalità dell’intervento, identificabile nel potenziamento delle capacità umane.
      Nel contesto del dibattito pluralistico si confrontano posizioni a favore e contro il potenziamento, nelle sue diverse manifestazioni. Non si entrerà, in questa sede, nel merito delle singole applicazioni, ma si ripercorrono le diverse linee argomentative in contrapposizione al fine di ricercare una posizione critica bilanciata.

2. Argomenti a favore dell’enhancement

      A partire da una visione soggettivista della salute come pieno benessere fisico-psichico-sociale, si delinea l’impossibilità di distinguere in modo netto tra terapia e potenziamento 2. Il potenziamento equivale ad una terapia, nella misura in cui l’uso ridotto di una capacità sia percepito soggettivamente, socialmente e culturalmente come una fonte di malessere. Secondo questa visione, enhancement e terapia sono compatibili, contigue ed equivalenti. L’equivalenza tra terapia e potenziamento deriva anche dal comune obiettivo delle due tipologie di intervento. L’obiettivo di ogni intervento farmacologico o tecnologico è e deve essere il ‘cambiamento per il meglio’: ciò che conta è ridurre rischi e danni e aumentare benefici, questo è «l’imperativo morale prevalente» a prescindere dal fatto che ciò sia raggiunto con mezzi classificati come terapie o potenziamenti.
      In questa prospettiva è giustificato intervenire sul corpo e sulla mente dell’uomo ogni volta che l’intervento non produce danni rapportati ai benefici intesi in senso lato. Se produce danni, questi devono essere accettabili dal soggetto su cui si interviene o dal soggetto che decide di intervenire su altri individui non in grado di decidere. In questo senso interferenze nella ‘lotteria naturale’ (ossia nelle condizioni fisiche nelle quali si nasce) sono sempre giustificate sia con mezzi naturali che con mezzi artificiali in vista del miglioramento: il rischio di eventuali danni vale sempre la pena di essere corso, lieve o elevato, probabile o solo possibile, individuale o sociale. L’importante è complessivamente prevenire ed evitare la sofferenza e garantire il benessere, sia che ciò sia conseguito curando una disfunzione o sia raggiunto migliorando una funzione.
      Il compito del medico, nel contesto di una visione contrattuali sta della medicina, non è solo quello di curare il malato, ma anche di informarlo sulle opportunità di intervento sul suo corpo e sulla sua mente ed eseguire le sue richieste, a partire dalla sua percezione soggettiva, dai suoi desideri e dalla sua volontà. Requisito dell’intervento dovrà essere, come per ogni prassi medica, il consenso informato che esprime l’autodeterminazione cosciente del paziente che, dopo adeguata informazione da parte del medico, si assume la responsabilità della decisione di intervento sul proprio corpo, quale essa sia.
      In questa prospettiva, ogni individuo ha il «diritto al miglioramento di sé», considerando i benefici in relazione ai propri desideri e ai rischi rispetto alla sua salute.
La posizione favorevole ad ogni richiesta di potenziamento presuppone e implica una concezione materialistico-meccanicista del corpo. Nel contesto di una concezione evoluzionistica della natura come ‘macchina imperfetta’ si giustifica ogni manipolazione con lo scopo di perfezionarla; ogni macchina è sempre perfettibile, suscettibile di miglioramento mediante l’intervento diretto che consenta la sostituzione di parti, l’amplificazione quantitativa delle capacità, il perfezionamento delle qualità ritenute desiderabili. La natura è svuotata di significato ontologico ed è ridotta ad un sistema di enti ove ogni funzionamento o alterazione deve attenersi a regole dell’organismo secondo la legge deterministica causa/effetto. La visione materialistica della natura è alla base del non cognitivismo che nega l’esistenza e la conoscibilità di una verità nella natura e del soggettivismo che afferma il primato dell’autodeterminazione individuale.
      Su tali basi la visione libertaria legittima qualsiasi genere di richiesta di intervento del soggetto sul proprio corpo-oggetto, anche se ciò dovesse comportare una lesione psico-fisica, in funzione della scelta autonoma individuale. Stante la possibilità tecnologica di vivere più a lungo, più sani, più forti, più intelligenti, non è giustificata l’astensione dal fare, ritenendo che non vi sia nulla di principio sbagliato sul piano morale in ogni forma di l’enhancement. L’unico requisito necessario rimane il consenso informato e la piena assunzione di responsabilità, oltre che l’assenza di danno per altri. Ove il ‘danno all’altro’ è considerato solo con riferimento all’ostacolo o impedimento della libertà di soggetti in grado di esercitarla. Il miglioramento è ritenuto parte dello sviluppo umano, in modo consapevole o inconsapevole, con riferimento a qualsiasi opportunità individuale o sociale, naturale o artificiale, che protegge dal danno e produce un beneficio, in noi stessi e negli altri.
      Le vaccinazioni migliorano la resistenza del corpo sano all’azione di virus patogeni; l’aspirina può avere un effetto potenziativo e ridurre il rischio di infarti. Gli occhiali correggono difetti visivi; telescopi o binocoli migliorano la vista. L’allenamento potenzia fisicamente e atleticamente; l’educazione migliora l’intelligenza e la personalità. La scrittura consente di ricordare, di reperire informazioni, di elaborare idee, di dilatare spazio-temporalmente i modi di comunicare; l’alfabeto e i numeri permettono di calcolare e ragionare. Le tecniche mnemoniche potenziano la memorizzazione di testi e sequenze; l’uso di cellulari e computer estendono, su supporto informatico artificiale, la nostra mente.
      A ben vedere, qualsiasi azione è una forma di potenziamento: anche bere il caffè per stare svegli, dormire per riposarsi, vestirsi per ripararsi dal freddo, usare le scarpe per camminare, cacciare e cucinare per sfamarci, parlare per comunicare con gli altri. Grazie a queste azioni si sono costruite relazioni umane nella società e si sono costituite istituzioni, scuole, università, mercati; sono nate la letteratura, l’arte, la musica. Ognuna di queste azioni è una forma di enhancement, quale meccanismo che rende possibile (anche se ovviamente non inevitabile) una vita migliore.
      In questo senso, se si considerano lecite le vaccinazioni, l’uso di occhiali o telescopi, l’educazione e l’allenamento, la scrittura e il calcolo, l’impiego di cellulari o computer, per la stessa ragione dovrebbe essere lecito il potenziamento biomedico, genetico, biologico e cognitivo delle capacità fisiche, intellettive ed emotive. E’ il c.d. ‘argomento del precedente’, la cui struttura implicita corrisponde al seguente ragionamento: abbiamo sempre usato A per raggiungere lo scopo C; il mezzo B consente di raggiungere l’obiettivo C; dunque anche il mezzo B è moralmente non problematico. Semmai l’uso delle tecnologie di potenziamento è una ‘scorciatoia’ biotecnologica che favorisce, accelera e facilita il raggiungimento dei risultati desiderati.
      Secondo la prospettiva utilitarista, siamo giunti ad una congiuntura storica nella quale non è più sufficiente migliorare il mondo fuori di noi, ma è ormai anche necessario cambiare noi stessi e la stessa specie umana. In particolare siamo giunti ad una fase in cui l’evoluzione darwiniana si appresta a cedere il posto ad una dinamica nella quale l’uomo prende in mano le redini dell’evoluzione e trasmette in modo diretto alla propria discendenza le modificazioni che ritiene opportune. Il potenziamento rappresenta, in tal senso, una fase dell’evoluzionismo: alla selezione naturale bisogna sostituire la «scelta deliberata» del processo di selezione che consente con maggior rapidità di ottenere lo stesso risultato. Sebbene ancora non siano noti i possibili esiti negativi, bloccare ora il progresso in questa direzione significherebbe ostacolare o impedire la possibilità di accelerare l’evoluzione dell’umanità. Su tali basi il potenziamento è considerato una «scommessa ragionevole» che deve essere perseguita.
      È la teorizzazione dell’«auto-evoluzione» e del «potenziamento evolutivo» (enhancement evolution) che abbrevia i progressi evolutivi durati milioni di anni, consentendo all’uomo e all’umanità di raggiungere ed esprimere pienamente il suo potenziale, consentendo di bilanciare la lotteria naturale sul piano fisico e sociale. In questo senso si giustifica un «dovere di potenziamento» quale «dovere di beneficenza» non solo individuale ma anche collettivo.
      Si parla, in questo contesto, di una transizione evolutiva verso il «post-umano» o «trans-umano», che porta con sé una diversa concezione del corpo come soggetto e, allo stesso tempo, come oggetto progressivamente svuotato dalle sue prerogative fenomeniche ed identitarie: un corpo farmacologicamente e tecnologicamente alterato e modificato secondo i desideri soggettivi, invaso dalle tecnologie, modificato dall'impianto di organi artificiali e microchip, interfacciato con dispositivi elettronici. È in questo quadro che si collocano anche le correnti tecnofile più estreme che considerano l'uomo attuale ormai «antiquato» e sognano un futuro di liberazione da tutti i vincoli biologici, segnanti dalla condizione umana, in vista di un affrancamento dell’uomo dalla sua stessa natura nell’evoluzione di un nuovo essere ‘non più’ uomo, ma ‘altro’ dall’uomo e ‘oltre’ l’uomo. L’uomo è, in questa prospettiva, ‘soggetto agente’ e ‘oggetto agito’ al tempo stesso.

3. Argomenti contro il potenziamento

      La visione sfavorevole al potenziamento parte dal riconoscimento della possibilità di identificare parametri obiettivi della concezione della salute e della malattia 3. Il «normale funzionamento» dell’organismo indica i referenti biologici, su basi scientifiche, dello stato di salute. È questa la visione naturalistica secondo la quale si può descrivere in modo oggettivo e universalizzabile la malattia (e dunque correlativamente la salute), identificata con la deviazione dalle norme regolanti le funzioni fisiologiche tipiche degli organismi umani.
In questa prospettiva si pone in evidenza come il regolare funzionamento dell’organismo sia naturale, non un costrutto sociale convenzionale e arbitrario. Si riconosce in modo evidente che l’ostacolo o l’impedimento alla piena espressione delle funzionalità organiche nel raggiungimento delle finalità proprie, costituisce uno stato patologico. La sordità e la cecità sono malattie che necessitano una cura farmacologica o tecnologica per ristabilire le capacità che l’individuo ‘avrebbe avuto’ in modo naturale, per superare ciò che impedisce all’orecchio di udire e all’occhio di vedere.
      La distinzione tra salute e malattia (pur nel riconoscimento delle sfumature di talune circostanze vissute) consente una distinzione tra terapia e non terapia. Va chiarito che la prevenzione (ad es. le vaccinazioni) rientra nella terapia in quanto pur essendo un trattamento su soggetti sani ha una finalità rivolta direttamente alla salute pubblica ed indirettamente alla salute individuale. Sono invece extra-terapeutici tutti gli interventi biomedici e tecnologici che aumentano le capacità ‘oltre’ i limiti e le soglie naturali.
      Su tali basi la proporzionalità tra rischi e benefici è bilanciata in funzione della cura della malattia. L’uso di farmaci o tecnologie a fini migliorativi può, invece, provocare danni gravi sproporzionati rispetto ai benefici ottenibili, che corrispondono alla soddisfazione di desideri soggettivi: ad esempio, una donna che si sottopone alla chirurgia estetica per diventare più bella può rischiare di deformarsi; uno studente che usa farmaci per aumentare la concentrazione può divenirne dipendente; una persona che usa psicofarmaci per controllare ansia e malinconia può divenire apatica; un individuo che accetta l’impianto di microchip può danneggiare gravemente ed irrimediabilmente la propria capacità cognitiva.
      In questa prospettiva si ritiene che il medico non possa essere un mero esecutore passivo e acritico di desideri e volontà in una sorta di ‘eterodeterminazione’: nelle condizioni in cui non vi sia uno stato di urgenza, necessità medica o bisogno fisico, ma un mero desiderio soggettivo, il medico può rifiutare di intervenire, nella misura in cui si evidenzia la non congruità tra desiderio soggettivo e condizione oggettiva. Interventi eccessivamente rischiosi rispetto ai benefici ottenibili (ritenuti inefficaci, onerosi e gravosi per il paziente) e interventi irreversibili e prevedibilmente non risolutivi, anche se richiesti dal paziente, non sono giustificabili sul piano etico, deontologico e giuridico. Sul piano etico con riferimento al valore del corpo, non disponibile in modo arbitrario dal soggetto; sul piano deontologico con riferimento al principio di beneficenza e non maleficenza del medico, chiamato ad agire per il bene del paziente e a non provocargli danno; sul piano giuridico per il diritto alla tutela dell’integrità fisica, come bene individuale e sociale.
      A partire da questa prospettiva si pone in evidenza il rischio che la considerazione soggettivistica della salute/malattia apra ad un eccesso di medicalizzazione e di patologicizzazione. Il medico deve aiutare il soggetto sano che a lui si rivolge a comprendere le ragioni dell’accettabilità o inaccettabilità della sua richiesta e comunque rifiutarsi di intervenire sul corpo a fronte di desideri e aspettative eccessive, avendo nei suoi confronti una responsabilità terapeutica. Il medico ha il compito di comprendere se la richiesta di potenziamento non nasca da un’insoddisfazione a rapportarsi a sé e agli altri, da un senso di insicurezza e da una pressione sociale esterna: in tal caso anche interventi di miglioramento non riuscirebbero a raggiungere gli obiettivi desiderati, rendendo il soggetto ancora più frustrato ed insicuro, nella misura in cui l’intervento meramente esteriore non si accompagni ad una crescita e maturazione interiore. È compito del medico far comprendere al richiedente che il miglioramento dell’apparenza estetica, della resistenza fisica o delle disposizioni mentali ed emotive non è detto che renderà gli uomini «migliori» interiormente o più felici.
      L’argomento centrale contro il potenziamento inteso come alterazione arbitraria ‘oltre’ la terapia del corpo, rimanda al concetto ontologico di natura e al riferimento morale alla dignità umana intrinseca. In questo senso il potenziamento va inteso come aumento di qualità accidentali (bellezza, statura, forza, intelligenza) e non trasformazione sostanziale dell’uomo. Un uomo privo di malattie genetiche, che vive più a lungo con buona qualità di vita, dotato di gradevole aspetto e memoria potenziata è di fatto avvantaggiato. Ma, in questa prospettiva, il potenziamento delle qualità, ossia la massima espressione possibile di tali caratteristiche, non rende di principio l’uomo ‘più uomo’ o ‘più degno’. L’uomo non è riducibile a somma di funzioni; la sua dignità prescinde dalla considerazione della presenza/assenza e del grado di manifestazione di qualità. Anzi, il potenziamento delle capacità può portare a discriminazioni, sentimenti di superiorità o sudditanza e mettere in discussione la stessa unità ed identità umane.
      In questa prospettiva la logica del potenziamento minaccia la dignità in quanto è un tentativo di superare i limiti della natura, nello sforzo di ridisegnarla sulla base di desideri e scelte soggettive arbitrarie, selezionando caratteristiche fisiche, mentali ed emotive considerate migliori (ma quanto migliori?; sulla base di quali criteri?; chi giudica cosa sia migliore o peggiore?). La ricerca dell’efficienza e della perfezione potrebbe non avere più confini; il potenziamento rischia di divenire l’espressione della non accettazione della natura per come ci è «data», della prevaricazione della volontà soggettiva sulla natura oggettiva.
      L’intervento farmacologico o tecnologico di potenziamento sul corpo o sulla mente è ritenuto, in questa prospettiva, una mera facilitazione esteriore, una ‘scorciatoia biotecnologica’ che può consentire di raggiungere risultati anche ottimi e superiori, in tempi più brevi e in modo più efficiente, ma in forma ingannevole verso se stessi, un ‘imbroglio fraudolento’ nei confronti degli altri. Gli interventi di potenziamento agiscono direttamente sul corpo e sulla mente per produrre un effetto: il soggetto rimane passivo e non assume alcun ruolo (o comunque un ruolo minimo) nel cambiamento. Il soggetto sente gli effetti che raggiunge esteriormente, ma non ne comprende il significato in termini umani: in questo senso le tecnologie potenziative ‘sostituiscono’ lo sforzo personale.
      In contrapposizone a enhancement, achievement indica la dimensione dell’acquisizione, del compimento, del raggiungimento, come sviluppo ed attuazione delle potenzialità inscritte naturalmente nel ‘divenire ciò che si è’ mediante uno sforzo attivo e un impegno personale che consentono di modificare le proprie capacità naturali migliorando se stessi. E’ questo il significato dell’azione che consente una trasformazione sostanziale autentica, non nel senso del ‘potenziamento’ di funzioni determinate e isolate, ma del ‘miglioramento’ come crescita e conquista complessiva dell’identità personale e relazionale.
      La ‘fioritura umana’ (human flourishing, endorsement) non è l’accumulo di risultati ottenuti tecnologicamente, ma la fatica quotidiana costante nella vita per la realizzazione di sé e l’esperienza del mettere alla prova – di fronte anche alle avversità – le proprie capacità. Con le tecnologie di potenziamento si offusca la linea di confine tra ciò che raggiungiamo con le nostre forze ed energie e ciò che risulta dalla presenza di un determinato quantitativo di sostanze ingerite o tecnologie usate. Il potenziamento artificiale interrompe il rapporto tra il soggetto conoscente/agente, le sue attività intenzionali e i risultati. L’achievement, invece, consente, anche al prezzo di sacrifici, di rendersi conto del cambiamento di sé, come soggetti.
In questo senso il potenziamento diviene una forma di ‘dispotismo sociale’ che si esprime nella pressione nascosta della società nei confronti dei cittadini per adeguarsi a canoni di bellezza, di efficienza fisica e mentale nell’ambito dello studio, del lavoro, dello sport, della società in generale. Una sorta di obbligazione estrinseca che costringe e condiziona a scelte che non si farebbero spontaneamente e autenticamente. Un’obbligazione che si manifesta in uno spettro diversificato che scivola dal conformismo alla omologazione verso standard imposti esteriormente di eccellenza.
      Nelle società ad alta valenza tecnologica vengono selezionate e valorizzate alcune capacità ed apprezzati certi modelli di comportamento a scapito di altri, i quali molto più difficilmente potranno trovare riconoscimento e spazio di espressione. Lo sviluppo tecnologico favorisce il raggiungimento di una certa posizione culturale e sociale solo per chi è fornito di determinate qualità fisiche e psicologiche, mentre comporta l’esclusione di chi è svantaggiato dal punto di vista fisico e sociale 4. Si configura un enhancement divide, ossia un divario tra enhanced e unenhanced. In questo senso il potenziamento solleva problematiche riguardanti la giustizia, a diversi livelli.
      Innanzitutto al livello della giustizia distributiva. Gli alti costi di accesso alle tecnologie di potenziamento (oltretutto, proprio in quanto ‘oltre’ la terapia non sostenuti dal servizio sanitario nazionale) lo rendono accessibile solo a chi se lo può permettere finanziariamente. Ciò solleva problemi di uguaglianza, introducendo inevitabilmente una differenziazione che aumenta le disparità e la discriminazione tra i ricchi e i poveri, aumentando e trasformando il divario tra gli avvantaggiati sempre più avvantaggiati (ricchi-potenziati) e gli svantaggiati sempre più svantaggiati (poveri-depotenziati), dividendo gerarchicamente i cittadini in classi superiori ed inferiori. Va anche considerato che investire risorse sul potenziamento significa togliere risorse per la prevenzione, la cura e l’assistenza delle malattie, in un contesto sociale ove già le risorse non sono sufficienti a coprire tutte le esigenze di salute che tendono sempre più ad aumentare quantitativamente e qualitativamente: un criterio di ragionevolezza nella distribuzione delle risorse porta a considerare prioritari i trattamenti per malattie in generale, sul piano della prevenzione, del trattamento e della riabilitazione, a prescindere dal livello di gravità, rispetto al potenziamento di capacità di chi è sano. C’è un obbligo morale di cura delle malattie da parte della società al fine di compensare situazioni obiettive di svantaggio. Tale condizione accentuerebbe anche la distanza tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, facendo emergere le istanze etiche nel contesto della giustizia globale.
      Va anche considerato il fatto che la possibilità di potenziare, nel senso di selezionare individui in base alle caratteristiche e di alterare in modo innovativo abilità non esistenti, incide sul modo tradizionale di considerare la giustizia ed esige una nuova elaborazione. Il concetto di giustizia partiva da una ‘lotteria naturale’, intervenendo a posteriori, cercando di compensare in modo distributivo gli svantaggi ritenuti intollerabili, garantendo maggiori servizi ai meno avvantaggiati 5. Si tratta ora di elaborare una nuova giustizia a priori, nella misura in cui è possibile intervenire sui corpi modificando le condizioni di nascita o le condizioni post-nascita. Se è possibile introdurre il fattore della scelta in senso selettivo e alterativo, non si può più parlare di lotteria naturale, o comunque la lotteria naturale non è rilevante per la giustizia. La difformità nella distribuzione dei beni naturali (che non si dovrebbero più definire tali) dipenderebbe da scelte di fronte alle possibilità offerte dalle tecnologie: non si può nemmeno parlare di beni sociali in senso generale, essendo possibile acquisirli in modi diversi, con o senza il potenziamento.

4. Quale regolamentazione?

      Emerge in modo sempre più evidente l’esigenza di una regolamentazione giuridica delle nuove tecnologie di potenziamento, a livello internazionale e nazionale. Pochi sono i sostenitori in bioetica, soprattutto in questo settore, di uno «spazio libero dal diritto» affidando le scelte all’autodeterminazione individuale, all’autodisciplina del ricercatore e della comunità scientifica o alla regolamentazione ‘soft’ dei codici deontologici.
      I bio-ottimisti auspicano un intervento del diritto minimale permissivo, che lasci ampi margini al libero mercato configurando un ‘diritto al potenziamento’. Solo nella misura in cui vi sia un fondato timore di rischi estremamente gravi ed irreversibili sono ammesse regole temporanee, stabilite di volta in volta, rivedibili ed eliminabili. È la prospettiva che predilige una regolazione «soft» che si orienti verso una riduzione al minimo del diritto pubblico ed un ampliamento massimo dello spazio della libertà privata. Al contrario, i bio-pessimisti propongono un diritto proibitivo in modo assoluto, a fronte dei potenziali danni per l’individuo e per la società, presente e futura. Una visione definita ‘bio-conservatrice’ che propone un diritto «pesante», interventista, rigido, impositivo-direttivo, finalizzato alla proibizione di ogni tecnologia ritenuta pericolosa per l’umanità.
      La prima prospettiva espone l’uomo e l’umanità a rischi e danni imprevedibili; la seconda ostacola e impedisce l’innovazione dinamica del progresso delle tecno-scienze di potenziamento, che possono avere anche valenze terapeutiche. Si tratta di pensare ad una bionormazione che sia in grado di bilanciare in modo critico l’interesse dell’avanzamento scientifico e la difesa dell’uomo.
      In questo senso la regolamentazione delle tecnologie di potenziamento non va creata dal nulla, ma deve semmai integrare e precisare, sul piano dei contenuti, i principi biogiuridici generali già espressi in documenti internazionali: il primato dell’uomo sul progresso scientifico e tecnologico, il rispetto dell’integrità fisica, la non commerciabilità e manipolabilità arbitraria del corpo umano e delle sue parti, la libertà informata e responsabile, la giustizia. La normazione integrativa dovrebbe elaborare in modo particolare i significati di tali principi, con riferimento particolare alle tecnologie di potenziamento. La tutela della dignità umana e dell’integrità psico-fisica va esplicitata con riferimento alla difesa dell’identità umana nel corpo e nella personalità dall’invasività della tecnica. La difesa della libertà e autonomia va tematizzata con riferimento alla necessità di un’informazione adeguata e dell’accertamento dell’autenticità delle scelte non indotte da indebite pressioni esterne (in particolare commerciali). La protezione della giustizia va declinata con riferimento alla compatibilità tra il diritto  estensibile di principio a tutti  all’accesso al potenziamento (nella misura in cui fosse dimostrata la sicurezza, l’efficacia, l’informazione) e il diritto al non potenziamento, come scelta consapevole di astensione dall’uso delle tecnologie migliorative, senza che ciò causi discriminazioni, svantaggi, emarginazioni.
      Tali principi biogiuridici potrebbero costituire l’orizzonte generale della regolazione, che dovrebbe essere ulteriormente precisato in relazione alle singole tecnologie. Data la dinamicità dello sviluppo tecno-scientifico è indispensabile che il diritto, metodologicamente, sia elaborato ed aggiornato alla luce di un costante confronto e monitoraggio dei risultati scientifici e degli orientamenti della ricerca. Sono a tal fine indispensabili Comitati consultivi scientifici in continuo dialogo con i giuristi. È anche rilevante la riflessione dei Comitati di bioetica, nazionali ed internazionali, che possano offrire un contributo di riflessione critica e di mediazione nel contesto del pluralismo etico su questioni generali e specifiche.
Tale discussione scientifica, etica e giuridica deve aprirsi alla società, mediante un’adeguata informazione e al tempo stesso consultazione e monitoraggio delle aspettative ed inquietudini emergenti. In tale contesto il diritto deve bilanciare la valutazione scientifica e la consultazione pubblica: è indispensabile ricercare un equilibrio nel rapporto scienza e società. In una condizione di complessità delle conoscenze tecno-scientifiche è indispensabile che la partecipazione democratica sia informata, inclusiva ed attiva: ciò è possibile mediante la promozione del dibattito pubblico nel processo di normativizzazione.
      È questo l’orizzonte che si sta delineando per un’innovativa ‘governance’ delle tecnologie in condizioni di incertezza ed imprevedibilità del progresso: un orizzonte basato sulla triangolazione scienza-etica-società, che sappia ancorare la normazione giuridica sulla consultazione scientifica aggiornata, la valutazione etica bilanciata, la deliberazione collettiva informata. Una regolamentazione che deve partire dalla rappresentazione reale, sulla base di dati empirici attendibili, e dalla anticipazione immaginaria dei possibili scenari che si possono configurare, soppesando pro e contro e valutando le opzioni alternative sul piano scientifico, etico e sociale, ponderando la decisione nel contesto di un approccio trasparente, saggio, prudenziale. Nella consapevolezza che quanto più vi è un grado di esposizione nell’incertezza alla gravità ed irreversibilità del rischio/danno sull’uomo e sull’umanità, tanto più vi deve essere una responsabilità individuale e sociale. La regolazione sarà chiamata a calibrare, nella specificità delle diverse tecnologie, quali strumenti siano necessari per difendere l’uomo e la sua salute, per garantire la libertà personale e la giustizia, nello spettro che include la regolazione proibitiva, limitativa e permissiva.
      Il problema della regolazione si pone a livello nazionale ed internazionale. Non si tratta solo di legiferare all’interno, ma anche di armonizzare la regolamentazione nel contesto delle legislazioni dei diversi Paesi. Seppur le problematiche siano diverse nei differenti contesti sociali e culturali, ogni Paese tecnologicamente avanzato sta avviandosi alla ricerca di una disciplina nell’ambito delle nuove tecnologie di potenziamento. Il dialogo biogiuridico transnazionale ed interculturale è iniziato e sta progressivamente maturando la percezione della necessità di elaborare una risposta urgente, efficace e globale, soprattutto negli ambiti bioetici di particolare urgenza che mettono in gioco l’identità dell’uomo, della specie umana, e della vita sulla terra.

5. Bibliografía e Note

[1] 1E. T. JUENGST, What does Enhancement Mean?, in E. PARENS (ed.), Enhancing Human Traits: Ethical and Social Implications, Washington D.C., 2000, pp. 1-28.

[2] N. Agar, Liberal Eugenics: in Defence of Human Enhancement, London, 2004; N. Bostrom, Welcome to a World of Exponential Change, in P. Miller - J. Wilsdon (eds.), Better Humans? The Politics of Human Enhancement and Life Extension, London, 2006, pp. 40-50; J. Savulescu - T. Meulen - G. Kahane, Enhancing Human Capacities, London, 2011; J. Harris, Enhancing Evolution. The Ethical Case of Making Better People, Enhancing Evolution. The Ethical Case for Making Better People, Princeton, 2007.

[3] Report of the President’s Council on Bioethics, Beyond Therapy. Biotechnology and the Pursuit of Happiness, New York, 2003; L. Kass, Life, Liberty and the Defence of Dignity. The Challenge for Bioethics, San Francisco, 2002, tr. it. La sfida della bioetica. La vita, la libertà e la difesa della dignità umana, Torino, 2007; F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, 2006; Id., The Post-human Future: Political Consequences of the Biotechnology Revolution, London, 2002, tr. it. L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, Milano, 2002; J. Habermas, Die Zukunft der menschlichen Natur. Auf dem Weg zu einer liberalen Eugenik?, Frankfurt a.M., 2001, tr. it. Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Torino, 2002; M. J. Sandel, The Case against Perfection, 2007, tr. it. Contro la perfezione. L’etica nell’età dell’ingegneria genetica, Milano, 2008. Cfr. anche A. Aguti (a cura di), La vita in questione. Potenziamento o compimento dell'essere umano?, Brescia, 2011; S. M. Kampowski - D. Moltisanti (a cura di) Migliorare l'uomo? La sfida etica dell'enhancement, Siena, 2011.

[4] Cfr. F. D’Agostino, Virtus in infirmitate perficitur (1 Cor 12,9), in L. Palazzani (a cura di), Verso la salute perfetta: enhancement tra bioetica e diritto, Roma, 2014, p. 19 e ss.

[5] S. Amato, La lotteria naturale è giusta?, in ibidem, p. 67 e ss.

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